Written by foreign desk    Monday, 26 July 2010 15:31    PDF Print E-mail
ALFONSO SASTRE. LA PACE E’ UN IDEA SOVVERSIVA

Intervista di Fermin Munarriz

Gara. Dicono che è il più grande drammaturgo spagnolo degli ultimi decenni. Ed anche basco. Perché ha deciso di esserlo. E di vivere in un paese che ama e ammira. La sua estesa opera è stata un impulso permanente contro la censura; la sua vita, un impegno con la libertà; il suo pensiero, una esplorazione costante della essenza umana. Dalla torre di guardia intellettuale o dall’asfalto della strada, è sempre stato - ed è – per chi lo necessita. Non ha risparmiato generosità. Ne lucidità. Per questo non lotta contro i mulini; lotta contro i giganti.

Signor Sastre: tragedia, commedia…In che funzione sta in questo momento l’ordine mondiale?

Non è facile spiegare la realtà con questi concetti…Già nel Rinascimento vennero smontati questi feticci e nacque la tragicommedia, che è una visione più complessa della realtà. La tragicommedia iniziò a dare grandi frutti: la tragedia grottesca, l’esperpento. (stile letterario basato sulla deformazione grottesca della realtà). E’ qui dove si trova il genere che possa riflettere la realtà attuale: una tragicommedia o un esperpento o una tragedia che fa ridere..Per me è una tragedia complessa. Siamo in un momento nel quale possiamo ridere però non piangere. Non è un momento per ridere ne un momento per piangere, ma di ridere per non piangere.

E nel caso di Euskal Herria?

Euskal Herria non è un caso speciale. In altri temi ha una caratteristica differente rispetto a quanto avviene in altri luoghi, però per quanto riguarda  se è da ridere o da piangere, si può dire che una situazione nella quale si ride per non piangere, però che ci sono molte ragioni per piangere.

Viviamo, forse, una sorta di penitenza per la non rottura democratica con il franchismo?

In Euskal Herria si verificò una forte resistenza alla Riforma, che anche la sinistra spagnola preconizzava. Arrivò un momento nel quale le idee della necessita di una rottura democratica scomparvero dai territori di Spagna e si rifugiarono in Euskal Herria; è qui dove cristallizzarono le idee del fatto che non si andrà da nessuna parte che meritasse la pena se non si verificava una nuova situazione in termini di rottura. Queste idee cristallizzarono qui e sono l’origine di ciò che poi fu la sinistra indipendentista. Questa fu una delle ragioni – a parte molte altre – del fatto che noi decidemmo venire qui. Vedemmo che le nostre idee più o meno erano socialmente ammesse in questo paese e no in Spagna.

In questo contesto, qual è la responsabilità morale dell’intellettuale nella società?

E’ la stessa di sempre: essere fedele alla sua vocazione intellettuale. E’una vocazione per la verità, per l’esplorazione della verità e per la difesa della giustizia. Sembra che alcuni intellettuali assumano questa responsabilità  ed altri la appartino un po’ e si limitano formalmente a lavorare a favore dell’intelligenza in termini di disimpegno totale da un punto di vista politico.

Crede che gli intellettuali baschi sono all’altezza della situazione?

Io ho un problema per poter rispondere a questa domanda al non essere capace di leggere ciò che scrivono gli intellettuali baschi in euskera. Qualsiasi opinione esprimessi sarebbe superficiale e sicuramente ingiusta. Però nel teatro, dove si vedo quanto si fa, più o meno, o quanto si pretende fare, credo che le genti del teatro basco non sono all’altezza delle circostanze nelle quali si vive in questo paese. Io ho cercato in alcune occasioni di far interessare ai miei colleghi nell’ esempio – non per seguirlo ma forse per ispirarsi ad esso – di ciò che fu il teatro irlandese nelle prime decadi del secolo XX. In alcune circostanze analoghe – con distinguo – nacque un teatro magnifico, di grande livello in Europa.

Il teatro in castigliano si manifesta abbastanza al margine delle questioni più patenti e latenti di questa società. E’ un teatro che guarda da un’altra parte e non per la realtà; forse per paura a guardare la realtà. La realtà a volte mette paura, anche questo è vero.

Gli intellettuali spagnoli e francesi sono all’altezza delle circostanze rispetto al caso basco?

No, sono all’altezza della loro ignoranza su questa situazione. Io credo che sono ignoranti. Lo vedo con gli spagnoli che conosco, sono più o meno alla pari –diciamo, in tutto, meno su questo tema. Quando si tratta il tema basco lo ignorano e, inoltre, sembra che rifiutino d comprenderlo…

A cosa si deve questo atteggiamento?

Al patriottismo, allo sciovinismo da grande potenza…Lenin già parlava del patriottismo sciovinista; faceva una critica a ciò che si chiamava sciovinismo da grande potenza. E Spagna e Francia sono grandi potenze in relazione a Euskal Herria. Lo sciovinismo è una filosofia comune che impedisce assolutamente vedere ciò che accade qui. E’ molto difficoltoso. Mi dicono amici che vivono a Madrid, per esempio, quanto difficile sia fare comprendere alcune cose che si comprendono vivendo qui. E si deve al patriottismo spagnolo completamente accecante.

Però fino al punto di non avere nemmeno la curiosità di sapere che cosa avviene…Ha speranza che sorgano voci che inizino a parlare in modo differente?

Vorremmo che fosse così ed in alcuni casi così è. Ci sono persone che si sono avvicinate al problema e lo hanno compreso stando a Madrid; gente come Antonio Alvarez-Solis, per esempio, che comprende perfettamente il problema ed è un uomo che per tutta la vita si è mosso in territori lontani dalle questioni basche. Però si avvicinò, guardò e vide quanto avveniva. Niente altro che questo. Questo che sembra così semplice non deve esserlo, perché non ci sono molti casi come il suo. Il mio nemmeno è frequente tra gli intellettuali madrileni, cosi che una posizione come la mia, o come quella che ebbe Josè Bergamin a suo tempo, sono casi eccezionali, il che vuol dire che deve essere molto difficile comprendere…. (risa)

O anche che voi siete coraggiosi…

Bisognerà essere stati un pò coraggiosi, non so

Perché decideste, Lei e la sua famiglia di venire a vivere in Euskal Herria?

Un poco per quanto stavamo dicendo al principio. E gli altri motivi erano le relazioni umane, amicizie, che avevamo costruito con molti baschi durante la dittatura. Eva (Forrest ) ed io – soprattutto Eva – creammo il Comitato di Solidarietà con il Paese Basco e indagammo le torture che si stavano commettendo qui, che erano più serie, incluso, più gravi che quelle che si commettevano nel resto dello Stato spagnolo. Così si crearono dei vincoli di amicizia e questo fece parte delle ragioni per cui venimmo a vivere qui.

E politicamente è quanto ho detto al principio: vedemmo che qui l’idea della rottura democratica si era radicata in un modo dal quale non si prescindeva il quale non si tradiva. E tutto questo complesso di ragioni fece che venissimo qui, a parte il fatto anche che a Madrid, per questo sciovinismo di grande potenza, non eravamo in una situazione abbastanza poco “vivibile” – diciamo così- in qualche momento. Se ci fossimo rimasti là il nostro destino sarebbe stato rinchiuderci in una certa solitudine o qualcosa di simile, però non volevamo questo. E non dubitammo. Dicemmo “il nostro posto a partire da adesso è Euskal Herria” e venimmo qui.

Eva e Lei avete dato molto a questo paese. Che cosa vi ha ridato Euskal Herria?

Ci ha dato lo stesso che noi  abbiamo dato. Ne più ne meno. Non è un dare o avere nel quale si deve specificare quantità o qualità di quanto dato o di quanto ricevuto. Noi abbiamo dato solidarietà, questo è vero, e qui abbiamo ricevuto molta solidarietà, anche questo è certo. Ossia che c’è stato un intercambio di solidarietà, più che un gioco di dare e avere.

Suppongo che il suo impegno nella vita politica basca le è costato molte amarezze. Anche soddisfazioni?

Si, si.. Soddisfazioni, si. Ho avuto amarezze perché, anche se la situazione di una drammaturgo non è buona in qualsiasi parte dello stato spagnolo, la mia è stata peggiore forse per il mio tradimento alla Spagna, che è come stata considerata la mia decisione di vivere qui. La mia carriera è andata peggio, però nemmeno sarebbe andata meglio se io non avessi compiuto questo passo; le mie opere sono state rappresentate meno di quanto sarebbero state rappresentate se non fossi venuto. Da un punto di vista personale, tutto è stato soddisfazioni, perché non godrei dell’appoggio popolare, della simpatia di cui godo, dell’amore di questo popolo che anche io amo…E questo è un valore che non si può cambiare con qualunque cosa. Quindi tutti i tipi di soddisfazioni personali e qualche molestia – diciamo così- professionale.

“La pace è una causa pericolosa, amico mio”, le diceva la sua Ombra –alter ego- in un articolo del 2003 che il Tribunale Supremo riprese sei anni più tardi come indizio per proibire la candidatura Iniciativa Internacionalista. Realmente, la vita da più paradossi che il teatro…

Si, si la vita  da più paradossi che il teatro, perché i paradossi, perché i paradossi che si danno nel teatro sono presi dalla vita; ossia, che la fonte dei paradossi è la vita ed il teatro riflette alcuni di questi paradossi.

E che le sembra la minaccia giudiziaria per una causa come la pace?

La pace è un idea sovversiva. E’ una idea molto sovversiva. E’ così. Questo sarebbe un paradosso

In nome della pace – per esempio – o della giustizia o della libertà, in Euskal Herria assistiamo ad arresti, il legalizzazioni, repressione…Viviamo una perversione del linguaggio?

Effettivamente, è un perversione del linguaggio propria del potere.

E che cosa si nasconde dietro ciò?

E’ un’arma di distruzione di massa dell’intelligenza; cioè si distrugge l’intelligenza perché è pericolosa per il sistema. E siccome hanno tutta la forza dei grandi mezzi di espressione e comunicazione, possono farlo, possono pervertire il linguaggio fino a questi estremi. E lo fanno. In fin dei conti, è un riflesso della perversità intrinseca del capitalismo.

Nei suoi scritti traspaiono dosi di humor in modo frequente. L’umore ci redime dal tragico della vita?

L’humor  forma parte della tragedia – altro paradosso, forse -; l’esistenza umana presenta la doppia faccia della tragedia e della commedia. L’humor – inclusa la comicità, che è un grado di maggior forza – è anche uno strumento di esplorazione della realtà, di modo che no direi tanto che ci redime, però si che ci aiuta a comprendere il tragico…anche se è un paradosso dirlo così.

Io ho cambiato molto nel mio teatro, che ha due fasi molto distinte. A partire da un determinato momento faccio ciò che chiamo tragedie complesse. Sono tragedie nelle quali la gente ride molto in certe occasioni.  Non sono propriamente tragicommedie ; la tragicommedia è un equilibrio che a volte tende a un lato e a volte all’altro, una specie di linea tragica con episodi comici  o una linea comica con qualche episodio tragico. La mia tragedia complessa non è una tragicommedia, è veramente tragedia, solo che, come la vita è così, in queste tragedie si verificano effetti comici, e questo fa s che il teatro arrivi ad essere una rappresentazione di questa realtà complessa; per questo le chiamo tragedie complesse.

Negli ultimi tempi dedica gran parte delle sue riflessioni al futuro del socialismo. Quali sono, secondo lei, le sfide del socialismo del XXI secolo?

C’è gente che sta lavorando su questo seriamente. Io non sono capacitato per pormi problemi tanto seri e tanto precisi, però tutti hanno – ed io anche – alcune cose da dire al riguardo. Io parlo di neosocialismo. “Socialismo del XXI secolo” è un termine che si fabbricò più o meno in Venezuela e credo che fu Chavez che lo diffuse per la prima volta; è una buona forma per denominarlo. Però si potrebbe chiamare anche neosocialismo, un nuovo socialismo che prenderà quanto di valido si è potuto ottenere dalle esperienze passate come dai fallimenti. Sto scrivendo adesso alcuni saggi su questo, un libro che si chiama “Ensayando el futuro” nel quale pongo questo tipo di questioni: come sarà il socialismo. E alcune cose sono già molto chiare: ormai non può darsi un socialismo dell’abbondanza; il socialismo non può promettere abbondanza, che sarebbe negativa. Non è il socialismo dell’abbondanza però nemmeno quello della povertà. Ne ricchi ne poveri. Sarà un società nella quale i concetti di ricco e povero saranno quelli esclusi.

Signor Sastre, continua ad essere necessaria l’utopia?

Si,  però bisogna intenderla in modo nuovo; in questo ci sono anche approcci propri del XXI secolo. Le utopie del XIX erano predicare l’impossibile…si facevano esperienze nei falansteri, esperienze di società nelle quali presumibilmente la gente arrivava ad essere ricca e felice… Questo tipo di utopie non avrebbero senso adesso, non si può prometter la felicità. La felicità non è possibile si tratta dell’esistenza umana, perché questa ha qualcosa di tragedia e qualcosa di commedia; si basa su una specie destinata alla malattia, alla vecchiaia e alla morte. Con questi aspetti non si può dire “va beh, nonostante tutto, arriveremo ad essere felici”. Andiamo a vedere questa situazione e fare un filosofia che tenga in conto questo doppio aspetto delle cose: l’agonico e il pratico.

L’attività umana è una prassi storica, però è anche una agonia perché anche questi che praticano la storia muoiono. Molte volte la letteratura e il tetro non hanno tenuto in conto questo doppio aspetto della realtà umana: il comico e il pratico o il patetico e il dialettico.

Ormai non si fa più tanto teatro politico come prima. Eppure, non mancano i motivi. Come mai?

Si, il teatro sempre si è trascinato; non è nemmeno una cosa nuova; sempre è stato trascinato dalla realtà. Stanno avvenendo cose che il teatro non riflette o le riflette con ritardo.

Negli ultimi anni del franchismo ci fu una specie di iperpoliticizzazione dei gruppi di teatro, che facevano teatro per fare politica. I partiti erano proibiti e i gruppi teatrali occupavano il vuoto;  molti gruppi avevano questo fondo iperpolitico, che a volte non era nemmeno bello, perché la iperpolitica produce molta incuria, a  volte, dell’estetico ed una opera esteticamente brutta è politicamente inutile; questo era un sacrificio totalmente tonto: sacrificare la qualità estetica all’obiettivo politico. Cosicché non si fece un buon teatro, però si fece un teatro politico.

Quando muore Franco inizia la riforma invece della rottura, scompare la censura previa obbligatoria e si legalizzano i partiti politici, incluso il Partito Comunista Spagnolo (PCE). Allora la gente del teatro iperpolitcizzato dissero “ormai è finita la nostra responsabilità, ormai ci sono partiti politici, ormai non c’è censura, allora facciamo quello che ci pare”. E la libertà che si presero fu minima e quasi ridicola a volte, perché fu quando iniziarono a mostrarsi nudi totali sui palcoscenici ed il linguaggio si popolò di parolacce. E questa era la libertà..cosicché il teatro rimase questo. E alcuni degli autori che avevano adottato idee di un teatro politico propriamente detto rimasero emarginati allora; ovvero, che la censura non li doveva proibire perché erano le compagnie che non si interessavano più per le loro opere. Non era più necessaria la censura. Questa situazione è vigente.

Potrebbe essere un modo di autocensura per schivare le situazioni scomode?

Si, chiaro. E’ lo stesso che avvenne durante il franchismo. Il possibilismo che diceva Buero Vallejo era una come postulare una autocensura. Ci autocensuravamo tutti in qualche modo. Io feci una opera sulla tortura però se volevo fare la prima a Madrid – come volevo – non potevo ubicare l’azione a Madrid. La posi in una Algeria più o meno immaginaria, però quello che io volevo denunciare era la tortura in Spagna. Quando questa opera venne tradotta al russo per rappresentarla a Mosca, il traduttore mi chiese se mi importava situare l’azione a Madrid. “Non solamente non mi importa – li dissi- ma era quello che io avrei fatto se fosse stato possibile”. E a Mosca si titolò “ Madrid non dorme di notte”. Con questo voglio dire che anch’io mi ero autocensurato per poter fare la prima dell’opera a Madrid; per questo era ingiusto che Buero Vallejo mi accusasse di impossibilista – diceva che io scrivevo perché mi proibissero le opere-. No, io ero un pò più radicale di lui, nient’altro.

(…)

Nelle sue conversazioni intime con la sua Ombra, signor Sastre, ci sono domande senza risposte?

Si, tutte le domande non hanno risposta: nessuna domanda ha una risposta chiara, decisa, definitiva. Le risposte che io do all’Ombra e che l’Ombra mi da a me sono approssimazioni a un risposta che vorremmo definitiva e che sappiamo che non lo è. Sono risposte per oggi e domande per domani. Andiamo così, un tanto erratici a volte, però cerchiamo che le risposte siano le più precise possibili.

Io sono contro quello che alcuni anni fa si chiamò in Europa il pensiero debole. Era una forma di critica ai comunisti stalinisti: meglio avere un pensiero debole che un pensiero dogmatico. Io ero d’accordo che il pensiero non doveva essere dogmatico, perché se è dogmatico non è pensiero, però non ero d’accordo nel conformarmi  con un pensiero debole. Bisognerà provare, almeno, che il nostro pensiero abbia una certa forza: bisognerà cercare le ragioni per le quali si possa dire che una determinata cosa che diciamo è solida e non è qualcosa di occasionale che sarà una menzogna domani, ma che continuerà ad essere verità domani, dopodomani e per molto tempo. I grandi pensatori hanno avuto pensieri che oggi sono tuttavia vigenti.

Noi desideriamo avere un pensiero che persista nel tempo, anche se l’Ombra ed io non siamo pensatori propriamente detti, ma pensativi; sappiamo che quanto diciamo sempre può risultare non essere certo…

Fonte http://www.gara.net/paperezkoa/20100725/211881/es/La-paz-es-una-idea-subversiva

 

Last Updated ( Monday, 26 July 2010 16:03 )
 

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